Villaggio Globale

Villaggio Globale, mediante un sistema di articoli connessi fra loro e scritti da scienziati, docenti universitari o da divulgatori specializzati, affronta su argomenti monotematici i problemi che preoccupano l’attuale società e stanno mettendo in pericolo la vivibilità delle generazioni future.

L'economia non vola alto (Tema: "La Risposta Ecologica")

Anno XIII - N. 50 - Giugno 2010 - ISSN 2039-7208

Editoriale

Passeggiando in un bosco si rimane colpiti dall'ordine. Ogni cosa è al suo posto, anche un ramo caduto sembra essere stato messo lì per «arredare».

Eppure di momenti difficili il bosco ne passa: dalle intemperie alle stagioni, dalle battaglie fra animali all'invecchiamento.

Si è attratti dall'esistente, dagli alberi vigorosi che vediamo o dai fiori che sbucano fra le foglie secche. Ci sfugge che quel risultato è frutto del paziente divenire della vita. Alberi vigorosi di un tempo, che hanno destato meraviglia in altri visitatori, fiori belli che poi sono marciti cedendo il passo magari proprio a quelli che stiamo osservando.

Tutto questo accade anche nell'evoluzione del pensiero. Ogni frase, ogni concetto che esprimiamo è il lento divenire dell'evoluzione umana. Detto così, con uno sguardo al turbinio e al disordine che ci circonda, fa sorridere e viene voglia di fermare qui la lettura dell'articolo... eppure, quello che divide i due esempi è il tempo.

Il tempo del pensiero non è quello delle stagioni e la capacità di interferenza dell'uomo dà una mano al dilatarsi o meno della maturazione delle idee. E poi va divisa la realtà della vita pratica da quella delle idee.

La storia umana è costellata da innovatori e detrattori (la macchina a vapore, la ferrovia, la corrente elettrica, la stampa, la radio, la televisione, il telefono, internet...) ma il pensiero, che si nutre anche delle conseguenze e delle variazioni che il «progresso» impone alla società ha sempre modellato e condizionato l'innovazione fine a se stessa.

Mentre la tecnologia spadroneggiava e migliorava, anche, la nostra vita, le conoscenze hanno portato l'uomo verso il desiderio di una vita più armonica, più umana, più sostenibile, più simile all'armonia del bosco. Il riciclo, che è la regola base della sopravvivenza di un bosco, è penetrato nella cultura moderna spingendoci verso modelli simili. Quello che prima era un nostro patrimonio, un po' per carenza di mezzi, un po' per primordiale senso di vita, e che avevamo perso, sta tornando come conquista consapevole. La carta al posto della plastica, la bottiglia da riusare, il risparmio idrico ed energetico... sono la molla che sta condizionando il nostro nuovo stato sociale. Coloro che non hanno questa cultura sono fuori, sono ai margini delle società mondiali e rischiano molto. Possono diventare un bosco florido o possono diventare un bosco che va verso l'autodistruzione.

Si diceva i tempi. Sì perché questi processi non sono percepibili nell'arco di una generazione. Ed è questa la difficoltà maggiore oggi per la società. Perché ancora abbiamo un retaggio che ci ha imposto la desueta macchina economica per reggere la sua esistenza. Il protagonismo. Il protagonismo rende, fa fare molti soldi e tramanda uno status migliore ai propri parenti. Le associazioni vegetali sono ben regolate in natura e modificarle è difficile, però si autoregolano. Immaginate un pianeta coperto solo da pini, sarebbe vivibile senza biodiversità? E potrebbe essere possibile per ogni foglia ed ogni pianta avere una personalità che resti nella storia per sempre? La forza e la bellezza della natura sono proprio la consapevolezza di far parte di un organismo vitale in cui ognuno dà il suo contributo e marcendo nel sottobosco sa di avere un ruolo fondamentale nella vita.

Nella società vi sono infinite realtà che contribuiscono alla formazione e alla circolazione delle idee. Pochi sono i Leonardo da Vinci ma gli altri lasciano un segno su cui si fondano altri segni e prima o poi, al momento opportuno, nelle condizioni giuste, fiorisce improvviso un fiore nuovo. Si è formato mattone su mattone, può essere più o meno cosciente, ricordare più o meno da quali e quanti mattoni è costituito ma è così. È l'incanto del progresso. Non quello fatto di Pil o di invenzioni strabilianti, ma fatto di quei piccoli passi che ci spingono verso una maggiore consapevolezza del posto che occupiamo sul pianeta.

È questa l'economia che sogniamo.

Quando il tumultuoso avvicendarsi di scoperte e le tecnologie lasciavano stupefatti, si rideva o si derideva chi cercava di frenare e far riflettere. Lo si additava come conservatore o nemico del «progresso». Ora che il pianeta ha presentato il conto vengono rivalutati gli «allarmisti», le «cassandre». I conservatori sono diventati coloro che spingono sull'innovazione e gli innovatori sono quelli che spingono per la sostenibilità. Cose strane? Non tanto. In entrambi i casi chi «comanda» è l'economia, l'interesse, la speculazione. E non si ferma davanti a niente: né davanti ad un terremoto ed alle sue vittime, né davanti ad un mare nero di petrolio... eppure le vittime non sono lontane in un futuro irraggiungibile. Siamo noi che stiamo diventando vittime e carnefici di noi stessi.

Abbiamo perso di vista i «fondamentali» che sono la libertà, la vita e l'amore. E lo sanno bene i grandi manipolatori che si sono impossessati di quelle parole per farne un uso diametralmente opposto. Quello che non si può fare è stravolgere la storia come non si può stravolgere il pianeta. Ma fino a quando resteremo con gli occhi chiusi? Fino a quando penseremo che l'amore e la vita possono da noi essere gestiti a nostro piacimento e non tentiamo neppure di abbandonarci alle loro leggi non per un mero senso di irresponsabilità ma perché noi siamo parte di quelle leggi.

Senza accorgercene stiamo già pagando il conto, stiamo diventando altro e saremo sostituiti. Forse il nuovo uomo è già fra noi e ci sta prendendo le misure. Nuovi boschi stanno sorgendo.

Ignazio Lippolis